Preparativi di guerra nei tribunali e nelle strade dell’Iran: la strategia della “massima eliminazione”

La strategia della “massima eliminazione” della Repubblica Islamica alla vigilia del Capodanno iraniano

Mentre l’Iran sopporta il ventiquattresimo giorno di un blackout totale di internet a livello nazionale, le recenti dichiarazioni di alti funzionari giudiziari e militari indicano il consolidamento e l’intensificazione di una strategia di “terrorismo di Stato ufficiale e privazione arbitraria della vita”. Questa strategia è perseguita dalla Repubblica Islamica sin dall’inizio della rivolta del gennaio 2026 (Dey 1404). Un’analisi delle posizioni assunte da Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e dai comandanti della FARAJA (Forza di Polizia) alla vigilia del nuovo anno iraniano 1405 (iniziato il 20 marzo 2026) rivela uno sfruttamento organizzato dello stato di “guerra” per formalizzare una macchina di uccisione il cui obiettivo non è il “controllo dei disordini”, bensì l’eliminazione fisica e la vendetta contro la società civile.

Ultimatum giudiziari: legittimazione delle esecuzioni sul campo
Il 20 marzo 2026, il capo della magistratura Mohseni-Eje’i ha dichiarato nel suo messaggio di Capodanno: «Nell’anno 1405 lanciamo un ultimatum a tutti gli elementi destabilizzanti… Non mettano alla prova la nostra volontà decisiva, derivante dalla legge, per un’azione ferma e severa». Questa posizione di alto livello ha rappresentato un sostegno strategico alla direttiva emessa in precedenza dal Procuratore Generale (Movahedi) il 16 marzo 2026, che ordinava ai procuratori militari di attivare “unità giudiziarie di emergenza operative 24 ore su 24, senza interruzioni” per affrontare gli “antagonisti”. Questa struttura di emergenza giudiziaria è di fatto un meccanismo per l’eliminazione sistematica delle garanzie del giusto processo e per l’accelerazione di condanne a morte extragiudiziali.

Terrorismo economico: la confisca dei beni come arma
La strategia della Repubblica Islamica per il 1405 integra la privazione della vita con il “terrorismo economico”, prendendo di mira gli iraniani sia all’interno che all’esterno del paese. In una riunione del Consiglio Supremo della Magistratura (15 marzo 2026), Eje’i ha ordinato esplicitamente: «Gli iraniani all’estero che collaborano con il nemico in vari modi saranno soggetti alla confisca dei loro beni». Parallelamente a questa repressione extraterritoriale, l’apparato giudiziario ha esteso questo terrore finanziario anche a livello interno. Il 22 marzo 2026, l’agenzia Mehr ha riportato l’avvio di azioni giudiziarie contro “celebrità, figure pubbliche e attivisti dei media”. Tali misure—tra cui sequestri di beni, blocco di agenzie di stampa e arresti—dimostrano che la Repubblica Islamica, utilizzando una definizione ampia e ambigua di “collaborazione con il nemico”, intende trasformare i beni dei cittadini in strumenti di ricatto politico e di silenziamento di ogni voce critica, sia a livello nazionale che internazionale.

Militarizzazione delle città e ritorno dei “collaboratori della polizia”
Sul campo, la FARAJA ha agito con una retorica puramente militare. Il comandante delle unità speciali, Sardar “Mosaddegh”, definendo la situazione attuale come la “guerra del Ramadan”, ha annunciato il dispiegamento nazionale delle sue unità e la “continuazione di pattugliamenti urbani e posti di blocco sia coperti che visibili” (23 marzo 2026). Contemporaneamente, Sardar Ali Moayedi, capo della polizia di prevenzione della FARAJA, ha annunciato l’attivazione di pattuglie operative 24 ore su 24 e l’utilizzo dei “collaboratori della polizia” (informatori locali nei quartieri) per coprire le aree ad alto rischio (21 marzo 2026).

Uccisioni nelle carceri: il risultato diretto della dottrina dello “stato di guerra”
Quando Mohseni-Eje’i e il Procuratore Generale Movahedi-Azad sottolineano le “condizioni di guerra che governano il paese” e ordinano “azioni ferme senza alcuna tolleranza o indulgenza” (16 marzo 2026), di fatto autorizzano anche il totale disprezzo dei diritti fondamentali dei detenuti. Il risultato operativo di questo approccio è stato la tragedia del carcere di Chabahar il 17 marzo 2026, dove le proteste dei detenuti contro la riduzione delle razioni alimentari sono state represse con fuoco diretto da armi di tipo militare. Nella logica giudiziaria prevalente, lo “stato di guerra” è diventato un pretesto per aggirare le tutele dei detenuti e trasformare i centri di detenzione in zone di combattimento.

Deviazione internazionale e negazione del controllo sui diritti umani
Mentre la macchina delle uccisioni accelera internamente, l’“Alto Consiglio per i Diritti Umani” della Repubblica Islamica ha respinto la bozza di rapporto del Relatore Speciale dell’ONU, definendola “piena di affermazioni false, faziosa e priva di validità legale” (15 marzo 2026). Questa reazione esplicita e l’accusa di “ingerenza negli affari interni” rappresentano un tentativo calcolato di negare la giurisdizione degli organismi internazionali e creare uno spazio sicuro per la prosecuzione delle atrocità sotto la copertura delle “condizioni di guerra”. Attraverso questa strategia, la Repubblica Islamica ha di fatto chiuso ogni via di responsabilità per le esecuzioni di gennaio e le uccisioni nelle carceri.

Analisi giuridica e appello internazionale
L’allineamento tra queste direttive giudiziarie e gli eventi sul campo dimostra che la Repubblica Islamica non solo ha violato il diritto internazionale, ma ha anche completamente ignorato le proprie leggi, trasformando il sistema giudiziario in una “sala di guerra contro il proprio popolo e in una macchina per emettere decreti di omicidio di Stato”. Questa situazione rappresenta non una semplice violazione, ma l’istituzione di un terrorismo di Stato organizzato, in cui la “giustizia” è stata sostituita dalla “repressione assoluta”. L’uso strumentale dell’accusa di “spionaggio” per giustiziare un cittadino svedese (all’alba del 17 marzo) e dell’accusa di “Moharebeh” (inimicizia contro Dio) per giustiziare pubblicamente tre manifestanti della rivolta del gennaio 2026 a Qom serve solo a conferire una parvenza di legittimità alla privazione illegale della vita e alla diffusione del terrore pubblico.

Responsabilità della comunità internazionale: oltre le dichiarazioni simboliche
Di fronte a questo attacco sistematico contro la vita e i beni dei cittadini, il silenzio delle istituzioni internazionali equivale a complicità. Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e la Corte Penale Internazionale (CPI) hanno l’obbligo di intervenire con urgenza sulla base dell’Articolo 6 (diritto alla vita), Articolo 7 (divieto assoluto di tortura) e Articolo 14 (garanzia di un processo equo) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Inoltre, secondo l’Articolo 7(1) dello Statuto di Roma, la privazione arbitraria della vita, la tortura e la confisca diffusa dei beni costituiscono chiari casi di crimini contro l’umanità.

Invitiamo le organizzazioni per i diritti umani e i governi democratici ad attivare il principio della giurisdizione universale e a trasformare il perseguimento penale dei responsabili—tra cui Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e Ahmad-Reza Radan—da semplici condanne simboliche all’emissione di mandati di arresto internazionali. Qualsiasi forma di appeasement nei confronti di un regime che spara a prigionieri affamati e impicca giovani manifestanti in pubblico equivale a dare luce verde alla trasformazione dell’intero territorio iraniano in un mattatoio silenzioso sotto la copertura di un blackout di internet.

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