Diritti umani, prigionieri politici e appello alla comunità internazionale

Il 10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte, l’attenzione internazionale si concentra ancora una volta sull’Iran, dove il ricorso alle esecuzioni solleva gravi preoccupazioni per i diritti umani, le garanzie giudiziarie e la repressione del dissenso politico.

La ricorrenza rappresenta un’occasione per rilanciare la richiesta di abolizione della pena capitale e richiamare i governi a intervenire in difesa del diritto alla vita. Nel caso iraniano, il problema riguarda non soltanto il numero delle esecuzioni, ma anche il loro possibile utilizzo per intimidire la popolazione e scoraggiare nuove proteste.

Esecuzioni in Iran: le preoccupazioni delle Nazioni Unite

Secondo il rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel 2024 sono state registrate almeno 975 esecuzioni, il dato annuale più elevato dal 2015. Nei primi sei mesi del 2025 sono state segnalate almeno 612 esecuzioni, con un aumento del 119% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il 5 agosto 2026, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha espresso preoccupazione per l’incremento delle esecuzioni. Secondo la sua dichiarazione, dal 19 marzo 2026 almeno 56 persone erano state giustiziate con accuse legate alla sicurezza nazionale, comprese 27 persone coinvolte in procedimenti connessi alle proteste. Oltre 100 altre persone rischiavano la stessa sorte.

Il 10 settembre 2026, Human Rights Watch e l’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran hanno inoltre denunciato esecuzioni che, secondo il loro rapporto congiunto, sarebbero state precedute da processi gravemente iniqui. Tra le persone giustiziate figuravano almeno 29 individui arrestati in relazione alle proteste del dicembre 2025 e del gennaio 2026.

Fonte di riferimento: Nazioni Unite, rapporto del Segretario generale sulla situazione dei diritti umani in Iran, A/80/484.

https://docs.un.org/en/A/80/484

La pena capitale come strumento di repressione

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni l’uso di accuse formulate in termini vaghi, come moharebeh (guerra contro Dio) ed efsad-e fel-arz (corruzione sulla Terra), nei procedimenti contro oppositori e manifestanti. Le preoccupazioni riguardano anche l’accesso limitato a una difesa indipendente, le confessioni presumibilmente estorte sotto tortura e l’assenza di adeguate garanzie processuali.

Dalle esecuzioni dei prigionieri politici negli anni Ottanta alle proteste del 2009 e del 2019, fino al movimento «Donne, Resistenza, Libertà» del 2022, la pena di morte è rimasta al centro delle denunce sulla repressione in Iran.

Un appello per un’azione internazionale concreta

In occasione del 10 ottobre, la comunità internazionale è chiamata a superare le dichiarazioni simboliche e a sostenere iniziative continuative, coordinate e basate su informazioni verificate. Rendere pubblici i casi dei detenuti a rischio, mantenere alta l’attenzione sui singoli prigionieri e chiedere garanzie per processi equi sono interventi che possono contribuire a salvare vite.

La Giornata mondiale contro la pena di morte ricorda che il diritto alla vita non può essere subordinato alle esigenze politiche di un governo. In Iran, la richiesta di giustizia riguarda sia la fine delle esecuzioni sia la tutela di chi continua a rivendicare libertà e diritti fondamentali.

No alla pena di morte. No alle esecuzioni per reprimere il dissenso. Sì alla vita, alla libertà e alla giustizia.

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