100.000 voci fatte tacere a Parigi: la verità sulla manifestazione vietata

20 giugno 2026

Quasi 100.000 esuli iraniani e sostenitori della libertà erano attesi alla manifestazione del 20 giugno a Parigi, intitolata “Iran: No alle esecuzioni, sì alla pace e alla libertà”. Molti erano già arrivati nella capitale francese dopo giorni di viaggio in autobus organizzati e convogli provenienti da tutta Europa, mentre altri erano giunti dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Australia. Per molti dei partecipanti già presenti a Parigi, il divieto imposto all’ultimo momento dalla polizia sulla manifestazione prevista nei pressi di Place Vauban, nel VII arrondissement, è stato uno shock profondo, poiché non erano stati informati della decisione prima del loro arrivo.
Nelle ore successive, numerosi iraniani e sostenitori della libertà già presenti a Parigi hanno espresso la loro delusione e preoccupazione in varie zone della città. Attraverso slogan, cartelli e dialoghi con passanti e media, hanno trasmesso il messaggio che li aveva portati in Francia: no alle esecuzioni, no alla repressione e sì alla pace, alla libertà e al cambiamento democratico in Iran.

I partecipanti hanno condannato la repressione interna del regime iraniano e le esecuzioni politiche, esprimendo al contempo sostegno a una repubblica democratica che respinga sia il dominio monarchico sia quello teocratico. La mobilitazione ha inoltre segnato il 45º anniversario delle storiche manifestazioni del 20 giugno 1981, fungendo sia da tributo ai prigionieri politici e ai martiri sia da rinnovato appello alla responsabilità e alla giustizia.

Il rispetto per la vita umana e il diritto di protestare non hanno confini. Calpestare le immagini delle vittime e cercare di mettere a tacere la voce dei manifestanti non è né libertà né umanità. Opporsi alla pena di morte è un diritto umano.

Nato in Italia, senza aver mai visto l’Iran. Eppure, il suo cuore batte per quella terra. 🇮🇹❤️🇮🇷

In questa intervista alla TV italiana, una giovane attivista iraniana spiega perché è illusorio sperare in una svolta moderata: la violenza e le esecuzioni non sono semplici misure temporanee, ma gli strumenti indispensabili con cui il regime garantisce la propria sopravvivenza fin dal 1979, anno in cui è stata usurpata la rivoluzione democratica del popolo.

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