Non hanno più nulla da perdere: la protesta dei 1.500 condannati a morte in Iran

Sciopero della fame di massa nel carcere di Ghezel Hesar: 1.500 detenuti nel braccio della morte in Iran
Nel carcere di Ghezel Hesar, dove le esecuzioni vengono condotte in modo sistematico, sono attualmente detenuti 1.500 prigionieri in attesa della pena capitale. Di fronte all’accelerazione impressionante del ritmo delle esecuzioni, questi detenuti non hanno trovato altro strumento di difesa che uno sciopero della fame collettivo. Molti di loro, condannati per reati comuni, sono in realtà vittime della povertà, della corruzione, di politiche economiche fallimentari e della scelta del governo iraniano di destinare risorse pubbliche agli apparati militari per alimentare le guerre regionali. Sono stati condannati a morte per il trasporto, il contrabbando o lo spaccio di pochi grammi o chilogrammi di droga, mentre il vero grande cartello della droga in Iran è il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) stesso.
L’inizio dello sciopero della fame
I detenuti in protesta hanno dichiarato che il loro sciopero della fame non ha solo lo scopo di salvare la vita dei loro compagni di cella, ma rappresenta un’opposizione collettiva alla politica di espansione della pena di morte, in particolare nei casi legati alla droga. Secondo loro, questa punizione, invece di colpire le vere reti di narcotraffico, finisce per uccidere le vittime della povertà e della deprivazione sistemica.
Lo sciopero della fame è iniziato a mezzogiorno di lunedì 13 luglio, subito dopo il trasferimento di cinque detenuti in isolamento in vista dell’esecuzione delle loro condanne a morte. Si tratta di:

  • Seyed Iman Heidari, di Teheran
  • Ayoub Asadi, di Harsin, provincia del Kermanshah
  • Vahid Teimouri, di Kuhdasht, provincia del Lorestan
  • Hamed Nazaryani, di Kuhdasht, provincia del Lorestan
  • Amir Nazaryani, di Kuhdasht, provincia del Lorestan

Questi detenuti erano stati precedentemente condannati a morte per reati legati alla droga. Va ricordato che già nell’ottobre 2025 i detenuti erano riusciti a rinviare l’esecuzione di diverse condanne a morte grazie a uno sciopero della fame durato sette giorni. I manifestanti hanno annunciato che continueranno la protesta finché le esecuzioni non verranno sospese e le loro richieste di riforma delle leggi sugli stupefacenti non troveranno risposta.
Le esecuzioni come strumento di repressione sociale
La pena di morte applicata a persone coinvolte nel traffico di droga a causa della povertà e di condizioni economiche critiche non solo non ha ridotto il narcotraffico, ma non è nemmeno riuscita a contenere il fenomeno negli ultimi anni. Mentre numerosi trasgressori di basso livello vengono condannati a morte, le reti organizzate di narcotraffico continuano a operare indisturbate.
Numerosi carichi ingenti di droga riconducibili a reti legate all’IRGC sono stati scoperti e sequestrati in diversi paesi, inclusi vari stati europei; eppure non risulta che alcun membro di queste reti sia mai stato arrestato o giustiziato. Di conseguenza, l’Iran resta responsabile del 79% delle esecuzioni per reati di droga registrate a livello mondiale.
Considerando che le esecuzioni per reati di droga in Iran rappresentano mediamente dal 40% al 60% del totale annuo delle esecuzioni, si può comprendere l’enorme portata del fenomeno. Secondo il monitoraggio di Iran Human Rights Monitor, nel 2025 le esecuzioni in Iran hanno raggiunto la cifra senza precedenti di 2.167. Calcolando che circa il 50% di queste esecuzioni sia legato a reati di droga, si arriva a un totale di 1.083 persone giustiziate per crimini connessi agli stupefacenti.
Questo dimostra chiaramente che tali esecuzioni — e il numero impressionante di esecuzioni in Iran in generale — non rispondono a una logica punitiva, ma funzionano piuttosto come leva di repressione. Il governo, specialmente nei periodi di crisi, cerca di contenere il potenziale di proteste sociali accelerando l’esecuzione delle condanne a morte, sacrificando individui che sono essi stessi vittime delle politiche governative generatrici di povertà. I procedimenti giudiziari di questi condannati sono inoltre segnati da gravi ambiguità legali, e in molti casi le condanne a morte vengono emesse al termine di un processo del tutto ingiusto, privo delle garanzie di un giusto processo trasparente.
Cosa fare: la responsabilità della comunità internazionale
Lo sciopero della fame di massa dei detenuti nel braccio della morte del carcere di Ghezel Hesar riflette la loro profonda preoccupazione per la continua esecuzione delle condanne a morte e per le condizioni in cui questi casi vengono giudicati. Ribadiamo che Iran Human Rights Monitor ha più volte denunciato l’uso strumentale della pena di morte da parte della Repubblica Islamica per intensificare la repressione e prevenire lo scoppio di proteste.
Dal punto di vista del diritto internazionale, in particolare del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) — di cui l’Iran è firmatario — la pena di morte dovrebbe essere rigorosamente limitata ai “crimini più gravi”, categoria in cui, secondo le interpretazioni ufficiali del Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, i reati legati alla droga non rientrano. Per questo motivo, chiediamo all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, al Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani in Iran e a tutte le autorità internazionali di intervenire immediatamente e ufficialmente in questa crisi.
È essenziale che queste autorità utilizzino gli strumenti legali e di controllo internazionali per costringere le autorità della Repubblica Islamica a fermare immediatamente l’esecuzione delle condanne a morte, in particolare a Ghezel Hesar, a rivedere le sentenze emesse e a riformare il codice penale in conformità con gli standard internazionali sui diritti umani. Il silenzio di fronte all’esecuzione di 1.500 esseri umani indifesi, che hanno trovato nello sciopero della fame l’unico strumento per chiedere giustizia, rappresenta una flagrante violazione dei trattati internazionali e della dignità umana.

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